Il Santuario

BREVE STORIA

DEL SANTUARIO DI SANTA MARIA DI GESÙ

Origine del ven. santuario di S. M. di Gesù:

Insigne è l’origine del Convento di S. M. di Gesù vicino a Palermo. Esso è posto nella parte meridionale, sotto le rupi del Monte Grifone, in un sito assai bello, dove si vede tutta l’intera Città con le campagne vicine, non che il mare ed i monti che gli fan corona. Come riferiscono Rocco Pirri e il Tognoletto, giusta una veneranda tradizione, in questo sito abitò S. Antonio da Padova quando venne  in Palermo, a cagione d’una tempesta avvenuta nel vicino mare, nel 1229, e quivi venne accolto nella Masseria degli Schiavi dal padrone d’un prossimo giardino, al quale profetizzò che nello stesso luogo sorgerebbe un giorno devotissimo Convento. Canonizzato egli nel 1232, quivi pure si edificò dal proprietario del luogo un Oratorio a lui dedicato, che ancora si vede nell’interno dell’attuale Convento. È di stile ogivale, restandovi intatto l’occhio o finestra circolare dello stesso stile, assai elegante. Il tetto è in legno, della medesima forma che si osserva nelle chiese normanne. Il trovarsi nella parte superiore del Convento, al secondo piano, fa sospettare che dovevano esservi, anche prima della venuta del Beato Matteo, delle stanze, da servire per abitazione di alcuni religiosi francescani. Ma di ciò nulla di certo nella storia dell’Ordine; il fondatore dell’attuale Convento è stato il Beato Matteo. Quest’Oratorio, finché vi stettero i frati, era ben mantenuto, e vi si celebrava il Santo Sacrifizio; ora, dopo la soppressione, essendo abbandonato, si trova in uno stato di deplorevole, esposto alle intemperie della stagione; e se non vi si fanno i dovuti ripari, cadrà interamente. L’altare, di epoca assai posteriore, è in stucco e vi sta sopra un’immagine della Madonna con S. Antonio di Padova e qualche altro Santo. I soldati ridussero in uno stato deplorevole tanto la cappella che l’altare, accendendovi dentro delle brace di fuoco; quindi ogni cosa affumicarono.

Di S. Antonio di Padova sappiamo, giusta le cronache e le tradizioni dell’Ordine, che sbarcato a Messina, sia poi andato a Patti, lasciando, specialmente a Messina venerande memorie della sua venuta, e che poi venne a Palermo vicino al monte Grifone, Quivi sciolse la lingua al figlio del proprietario di quel luogo, che era muto. Il Convento nacque più tardi nel 1426, ed ecco come. Era venuto in Sicilia, mandatovi dal suo maestro, S. Bernardino da Siena, il B. Matteo Gallo da Girgenti per riformare le case ed i monasteri dell’Ordine francescano. Nacque nel 1380 e dedicossi alla predicazione per salvare le anime. Predicò egli con gran frutto in varie città, insegnando il modo di venerare il sacro nome di Gesù, portando seco una tavoletta, su cui vi era dipinto questo adorabile nome, ad imitazione del Santo da Siena. Meraviglioso fu il bene che operò in Sicilia col suo apostolato. A Messina, colle sue prediche trasse a vita perfetta Eustochio Calafato, che fu poi riformatrice di quelle monache Clarisse di Basicò, le quali indi trasferite a Montevergine, si ridussero alla vita antica e penitente, come ai tempi di S. Chiara. Essa venne beatificata, e il suo corpo si conserva ancora miracolosamente intatto nella chiesa di Montevergine a Messina.Chiamato a Palermo il Beato Matteo, vi predicò il Quaresimale nel 1426 con gran profitto, santificando l’intera cittadinanza, e riformò pure il monastero di S. Chiara, fondato durante la vita della Serafica madre, in uno dei palazzi di Matteo Sclafani, da lui graziosamente ceduto. Quindi i Palermitani proposero al beato Matteo di fabbricare un Convento della più stretta Osservanza ai figli di S. Francesco, perché a tal fine era egli venuto in Sicilia, e molti infatti ne eresse col caro titolo di Santa Maria di Gesù. Egli che amava il ritiro e la solitudine per i suoi frati, volle che fosse innalzato fuori città.

Per conoscere meglio il volere di Dio, pensò con ispirazione celeste di servirsi di un asinello, sul quale adagiò la bisaccia, e lasciatolo libero, si diresse nella parte meridionale dal lato della Guadagna, questo due volte si riposò, la prima, là dove sorge oggi il Calvario in memoria del fatto, ma per rialzarsi ben tosto; la seconda ove ora sorge la chiesa, senza andare più oltre. Un certo Antonio Mirabile cedette allora al Beato il giardino e la sua casa, e si diè mano, a spese dei Palermitani, ad edificare il Convento che è l’attuale primo piano, e che fu il secondo fra quanti ne fondò in Sicilia [Lo fondò in virtù della bolla avuta da Martino V nel 1425]. Sul proposito possono consultarsi le Cronache dell’Ordine di S, Francesco, come il Gonzaga e il Waldingo, non che gli scrittori siciliani, il Pirri e il Mongitore, e tra i più antichi il Ranzano de origine Urbis Panormi, e il Fazello. Il B. Matteo v’introdusse una vita della più stretta osservanza e penitente, aggiungendo all’Ufficio divino anche quello della Madonna e molte austerità nell’assoluta nudità dei piedi, nell’estrema povertà dell’abito e del vitto, come in altre usanze; su di che può consultarsi la vita dello stesso Beato Matteo. Nel 1443, morto il Vescovo di Girgenti, per volere di Re Alfonso di Spagna e del Pontefice Eugenio IV, fu creato Vescovo della sua patria. Rinunziata dopo qualche tempo quella carica per le cattive molestie da parte di chi non amava la disciplina, si ritirò in Palermo, dove stette parecchi anni. Di notte tempo venne al nostro Convento e pregò il padre guardiano che lo ricoverasse, per finire colà gli ultimi suoi giorni. Ma questi non volle acconsentire e lo cacciò via dimenticando di essere stato il fondatore. Con gran dolore ritornato in città, fu ricevuto dai PP. Conventuali di San Francesco. I religiosi di S. M. di Gesù, riconoscendo il loro torto, andarono a trovarlo, ed egli perdonò a tutti, ma non volle andare in convento; però profetizzò loro che il suo corpo vi sarebbe sepolto. Essendo gravemente ammalato, fu portato nella infermeria dei Conventuali, Convento attiguo alla chiesetta della Madonna dei Miracoli [La chiesetta accanto il magazzino di ferro del Sig. Allegra] in Piazza Marina, dove morì da santo il 7 gennaio 1448, ad anni 68.

Sorse intanto una gara fra i religiosi di Santa Maria di Gesù e quelli di S. Francesco circa al luogo ove doveva seppellirsi. Ma non volendo cedere i frati di Palermo, venne di soppiatto preso da quelli del nostro Convento. Qui successe un fatto prodigioso. I primi, appena lo seppero, corsero in buon numero per torre il sacro corpo. Erano già pervenuti nella strada della Guadagna, nel luogo stesso, ove in memoria del fatto venne eretta una Croce; che ancora si vede. Ed ecco di un subito si scaricò dal cielo una forte burrasca, la quale colpiva con vento impetuoso i frati palermitani, mentre lasciava intatti  gli altri, che conducevano la veneranda salma del Beato. Conobbero allora quelli la volontà di Dio, né osarono resistergli; e così il sacro deposito venne condotto alla chiesa di santa Maria di Gesù. Quivi successe un altro prodigio. Mentre gli si celebrava la Messa di requiem, alla consacrazione il suo corpo alzò la testa per venerare il Sacramento, e ciò per ben due volte. Terminate le funzioni, fu chiuso in un luogo a parte, dove il Signore concesse delle grazie ai suoi devoti. In una stanza vicina alla gran Cappella si vede, ancora mirabilmente disegnata nel muro la sua mirabile traslazione, e con tale arte e maestria, coi soli contorni in nero, che è stimata opera classica d’un dei principali pittori di Sicilia, credesi il Crescenzio. Certo è opera stupenda, e perché col tempo non si guastasse del tutto, fu saggio consiglio eseguirne un’esatta copia, che si conserva oggi al Museo Nazionale. Lo stesso fatto si vede rappresentato in pietra nell’annesso chiostro, dentro una nicchia, ed è grazioso lavoro di qualche antico religioso. L’assistente della Biblioteca Nazionale di Napoli, Alfonso Miola, nella sua importante Opera: Le scritture in volgare dei primi tre secoli della lingua, che si conservano in quella Biblioteca, riferisce nel primo volume. Pag. 93-94, che vi ha in un Codice cartaceo del secolo XV; segnato V. H. 270; un Sermone del nostro Beato sulla Passione del Signore, tramezzato da alcuni passi volgari in verso e in prosa. Durò per quasi un secolo la Osservanza regolare in questo Convento, ma poi, come accade in tutte le cose di quaggiù, intiepiditosi alquanto il fervore primitivo, venne a riformarsi come diremo appresso.

Culto e Beatificazione del Beato Matteo.

Dopo morto, il corpo di questo Beato fondatore era stato chiuso in una cassa e posto in particolare luogo vicino alla cappella della Madonna in cornu Evangelii, dove spirava soave odore. Stette in quella cassa circa 160 anni, quando nel 1612 il visitatore generale francescano per il regno di Sicilia, D. Ochea de Luyando, per sua devozione fece a sue spese una cassa di cipresso dorata. Allora tolto da quella fu depositata in questa, ed esposto nelle stesso luogo.

Il culto del nostro Beato non era cessato, imperocché saputasi la traslazione, molti vennero a visitarlo per sentire l’odore che tramandava. Ottenevano dei miracoli insigni, e poi in ricordo portavano tavole d’argento che appendevano vicino l’urna. Fra i molti si notò in particolare un leproso, che postosi dentro la vecchia cassa, di un subito restò sano.

Scrissero di questo Beato diversi autori e si formarono dei processi per la beatificazione. Si cominciarono in Paleremo, e poscia in tutte le parti dove avea abitato. Nell’anno 1757 (Sac. Giuseppe Rusco, Notizie sui Santi di Girgenti, pag 111 Documento IX) era Generale di tutto l’Ordine francescano il R,mo P. Clemente da Paleremo, e vedendo la somma devozione che P. Francesco Maria da Termini avea verso il Beato Matteo, lo scelse Procuratore e Postulatore per la causa della sua beatificazione, affine di compilare il processo. Il P. Nicola, di Girgenti, sotto l’autorità del Vescivo. Terminati i due processi, furono presentati alla S. Congregazione dei Riti dal P. Girolamo da Girgenti, il di 2 luglio 1763; e dopo quattro anni, dopo esser terminata ogni cerimonia di rito, Clemente XIII il 22 febbraio emanò il decreto di Beatificazione. Nello stesso anno 1767, con speciale Rescritto e decreto del 7 marzo, concesse all’Ordine dei Minori Osservanti e Riformati l’Officio di rito doppio e la Messa del Beato Matteo, presa dal Comune dei Confessori Pontefici. Paleremo festeggiò con gran devozione la festa del novello Beato, ed in Santa Maria di Gesù specialmente, dove fu esposto il sacro corpo sull’altare al pubblico culto dentro una urna di legno, fregiata in oro.

Della miracolosa immagine di Santa Maria di Gesù.

La chiesa di questo Convento è assai stimata e frequentata per una devota e antica immagine di Maria, tanto cara ai Palermitani. Eccone l’origine. Giunto a Palermo un legno che veniva da levante, verso il 1470, il suo capitano, avendo ricevuto grandi accoglienze e favori dai Palermitani, volle disobbligarsene, regalando alla Città una bellissima statua in legno della Madonna col bambino in braccio, che pare di stile greco. E poiché non si sapeva in qual chiesa collocarsi, e molti erano i pretendenti, per volere del Senato fu posta su un carro, tirato da buoi, perché là, ove essi si fossero riposati, non volendo andare più oltre, avesse la sua stabile dimora. Il consiglio piacque a tutti e venne eseguito. Grande era l’aspettazione del popolo per sapere ove si fosse fermata. Si pose infatti sul carro, ed i buoi presero la direzione di Mezzogiorno dal lato della Guadagna. Giunti in un certo luogo, si fermarono, ma per breve istante, perché poi ripigliarono il loro corso. Nel luogo appunto della fermata si erse una chiesetta, che ancora esiste ed al culto, detta la Madonna di Buon Riposo. I buoi intanto seguendo la via, giunsero direttamente alla chiesa di Santa Maria di Gesù, ove fermati, non vollero andare più oltre. Si comprese chiaramente dal Senato e dal popolo che là voleva restare la Madonna, ed i frati del Convento la ricevettero con immensa gioia, ponendola in apposito altare, ove da più di quattro secoli ha ricevuto un culto specialissimo. Fu allora che a spese del Senato di Palermo si eresse la bella cappella in marmo, assegnandole un legato annuo per il culto. Per munificenza dello stesso s’aprì una nuova porta nella chiesa rimpetto all’altare della Vergine, adornandola come si osserva al presente; e ciò affinché la Vergine guardasse e proteggesse la città di Palermo.

Anticamente in tutti i Sabati dell’anno e nelle feste della Madonna, grandissimo vi era il concorso dei fedeli d’ogni ceto e sesso, e i più facevano il viaggio a piedi scalzi, anche d’inverno. Oggi non vi è più l’antico concorso, ma la devozione dura ancora, e se ne celebra ogni anno solenne la festa il 2 di luglio. Questa Madonna, come riferisce il Tognoletto, ha parlato più volte ad alcuni santi religiosi del contiguo convento, tra i quali S. Benedetto di S. Fratello. Si raccontano dei varii prodigi da essa operati, fra i quali la cicatrice tuttora visibile nella sua fronte, fattale da un giocatore arrabbiato dopo le perdite avute al gioco, il quale nel momento dell’ira osò scagliare un sasso. Essa è veneratissima, tanto dagli abitanti della città come dei circonvicini paesi.

Descrizione della chiesa di Santa Maria di Gesù.

L’attuale chiesa fu fabbricata dal beato Matteo, ma in forma più piccola; però è facile distinguere la parte antica e la moderna. Nella parte laterale, che guarda a tramontana, vi si osserva un arco acuto, sopra cui sta un’immagine in marmo della Madonna assai graziosa, che tiene in braccio il bambino, simile a quella che è dentro dirimpetto alla stessa. La porta principale guarda a ponente, ma per lo più sta chiusa. Entrandovi, precede un portico, ove sono di fronte le due cappelle di San Benedetto il Moro e del beato Matteo (questo portico prima era sepoltura di Gaspare Bonet, ma poi diroccato il muro, venne ad ingrandire la chiesa, divenendo porta maggiore quella del sepolcro, e ciò nel 1495, col consenso del Bonet). Sopra è il coro dei frati, dove negli stalli vi sono diverse pitture dei Santi dell’Ordine Serafico. Quindi, per mezzo di due archi, si entra nella navata del tempio, a destra tra le due cappelle vi è nel mezzo l’altare della Madonna S. M. di Gesù. Vi sono poi ai due fianchi della grande cappella altri due altarini, uno dedicato all’immacolata e l’altro al Bambino Gesù. Nella grande cappella sull’altare vi è un quadro dedicato alla Madonna. Questo fu aggiunto in epoca posteriore della fondazione. Delle due cappellette inferiori, una, a destra dell’altare della Madonna, è dedicata all’Ecce Homo, antichissima e devota immagine, che prima era posta nell’altare maggiore. Quivi, secondo la tradizione del Convento e delle cronache francescane, pregavano più volte il ven. Serafino da Francofone e il ven. Innocenzo da Chiusa, il Signore da questa immagine parlò ad essi sensibilmente. Vi sono a destra ed a sinistra due bassorilievi bellissimi di S. Francesco e S. Antonio di Padova, che sembrano opera gaginesca. Vi è pure una devota statua di Maria Addolorata, posta in tempi a noi più vicini. Questa Cappella venne sempre frequentata da quei buoni religiosi, taluni dei quali vi passavano l’intera notte, anche oggi i fedeli la visitano con sommo rispetto.

Dal lato sinistro dell’altare della Madonna vi è la Cappella di S. Francesco, la cui statua è in legno e bellissima, lavoro del Pepinico, valente artista napoletano. Il Santo ha visibili le sacre stimmate e guarda modestamente a terra. Ultimamente, nell’occasione del settimo Centenario, se n’è tratta una bella fotografia ed altra pregiata figura ad incisione. In mezzo alle due Cappelle descritte sta quella della Madonna, della cui origine parlammo, con grazioso altare di marmo intarsiato, a stile del secolo XVI (altare oggi non più esistente). Sotto vi è una bellissima statua ben decorata della Madonna, giacente come morta, giusta l’antico costume di Sicilia. È lavoro stupendo in legno dello scultore Genovese, eseguito nel 1869, e con tal grazia e colorito, come se fosse di cera. Bellissima la faccia, e come le mani e i piedi, sembra di carne. La veste, i guanciali e tutte le interne pareti della nicchia sono a ricamo in oro e del più squisito gusto, lavoro fatto eseguire per munificenza di Maria Teresa, moglie di Ferdinando II, Regina delle due Sicilie, e la veste è bianca in fondo d’oro, le pareti sono in velluto rosso adorno di giacigli pur d’oro, il manto è di colore azzurro, ricamato in argento. Prima dell’alluvione la detta immagine era in cera e d’antica data. Bellissima era del pari per le fattezze e i lineamenti del viso.

E poiché abbiamo nominato questo Sovrano, possiamo aggiungere che Re Ferdinando era devotissimo del nostro Santuario, e quando veniva in Palermo, al suo arrivo e prima di partire, lo visitava; come facea del pari con l’altro, detto la Grazia, anch’esso assai frequentato, ma più lontano dalla città, alla cui Madonna regalò una preziosa corona di oro gemmata, ed una veste ricca in oro, come pure al bambino Gesù, che tiene fra le braccia. Questo Santuario avea un contiguo Convento di ritiro dei PP. Osservanti.

Vi stava prima nella chiesa una Cappella dedicata a San Bernardino da Siena, ricca di molte indulgenze, di cui parla il Tognoletto, ma or più non esiste. E veramente avrebbe dovuto conservarsi, anche per memoria del B. Matteo, che fu il suo discepolo prediletto, e da lui mandato in Sicilia per predicare e fondarvi dei Conventi, come già avvertimmo. V’era pure una Cappella consacrata a S. Girolamo, che poi fu dedicata a S. Michele, e nemmeno più esiste. Vi sono parimenti altre devote immagini, due statuette di S. Giuseppe e di S. Antonio di Padova ai lati della cappella della Madonna; e fra questa e le due laterali due grandi nicchie, in quella di destra vi è una devota immagine di Gesù Crocifisso in legno, nell’altra di sinistra la sacra reliquia creduta del sangue preziosissimo di N. S. G. C. e diede la Fra Innocenzo da Chiusa nel 1626.

Il coro a tempo del B. Matteo stava dietro l’Altare maggiore, giusto ove oggi si trova la balaustra. Quivi i frati officiavano giorno e notte, passandovi le lunghe ore nell’adorazione, nella sacra ufficiatura e negli esercizi di penitenza.

La finestra d’intaglio nel centro, con l’effige esterna del nome di Gesù, si conserva ancora, ed è di stile antico, ma venne però interiormente murata, quando si fece il nuovo cappellone; facendovi la pittura che al presente si vede. Si rifece l’altare, e poi nel 1648 s’aprirono le due finestre ai fianchi. Fu allora che la Casa Alliata costruì in noce il presente coretto. I frati nello stesso tempo posero in chiesa le due colonne marmoree per sostenimento del coro superiore. Così si ebbero due cori, uno in chiesa nel cappellone, e l’altro comunicante con i corridoi del Convento ch’era il più frequentato. La chiesa godeva di varie indulgenze, fra le quali, recitando tre Pater Noster, si liberava un’anima del purgatorio, indulgenza concessa da Pasquale II. Vi sono nel pavimento della chiesa, come nelle pareti laterali, varii sepolcri. Sul pavimento, oltre l’iscrizione della serva di Dio, Nastasi Carella, qui sepolta, stanno nel centro due lapidi sepolcrali scolpiti in gran rilievo, l’una rappresenta Suor Brigida, l’altra Suor Elisabetta Omodei, terziarie francescane della riforma, morte in odore di santità, delle quali parleremo. Vi stanno pure altri sepolcri gentilizii di arte barocca, ma uno è assai bello, del Pennini romano, e vi è sepolto il senatore Francesco Chacon Narvaez, duca di Sorrentino, illustre patrizio ed uomo piisimo, morto nello scorcio del secolo passato; e nell’iscrizione tra le altre belle lodi si legge; che beneficiava i suoi nemici. Il coro superiore ha gli stalli ornati, ed il Crocifisso dell’altare è: quello stesso, verso cui nutriva gran devozione Fra Serafino, della nobile famiglia Fardella, religioso di santa vita, di cui in apposito capo parleremo. Questo crocifisso dicesi, che fosse stato condotto nella processione di penitenza in Palermo durante la peste del 1624, ed i palermitani lo veneravano con singolare affetto, anche per le grazie prodigiose che ne ottenevano.

Tutto il sotterraneo della chiesa è cimitero di distinte famiglie, e sotto il cappellone vennero sepolti i frati, come anticamente sotto la sacrestia ed in un angolo del chiostro. Nel 1620 fu scavata la grande propaggine per la comunità, dove furono deposti con l’andare degli anni uomini piissimi. Vi sono pure due figli dell’illustre Marchese Vincenzo Villarena di Mortillaro. Nella Cappella dell’Ecce Homo vi è sepolta la bambina Francesca Filomarino, della famiglia principesca Lucchesi-Palli di Campofranco, con analoga iscrizione; e nella parte anteriore, dietro alla colonna di mezzo e nei lati, vi stanno dei sepolcri moderni. Nel pavimento di centro del portico si vede una lapide, che indica esservi deposti i Confrati della Congregazione di S. Lorenzo, che ha il suo oratorio vicino alla chiesa di S. Francesco in Palermo, perché già diretta da quei religiosi, celebre per statue e bassorilievi del Serpotta. Tanto in chiesa quanto nella odierna sacrestia vi sono dei quadri in tela di santi francescani, fra i quali un S. Francesco tutto intero, di certo copia assai antica, una Madonna, col fondo d’oro, regalata da una terziaria, un’altra di stile greco, ed altri più o meno belli si conservano nel coro soprastante la chiesa. Chiunque entra in essa è colpito dalla forma, dal profondo silenzio, e nello stesso tempo si commuove contemplandovi la morte e la miseria della nostra vita. Delle persone illustri sepolti in chiesa, parleremo in apposito capitolo.

Del chiostro e di tanti illustri religiosi sepolti in questa Chiesa e nel Convento.

Il Chiostro è di proporzionata grandezza e rimonta ai tempi del B. Matteo. Le colonne sono tozze, ma tutto spira devozione per la veneranda antichità. Nel mezzo, tra albereti e fiori odoriferi, si vede una cappelletta, ove in piccole statuette di pietra si esprime la traslazione del corpo del B. Matteo, che, come accennammo, fu prodigiosa. Le sculture sono assai deteriorate dopo la soppressione di questo illustre e devotissimo Convento. In un angolo, secondo la tradizione, sono sepolti gli antichi frati, fra i quali taluni morti in odore di santità, e che nell’ordine e nelle storie antiche hanno il titolo di Venerabili o Beati. Altri erano sepolti nella Sacrestia. Ecco ora i principali giusta il Tognoletto. Nella Sacrestia, sotterrà, vi era il corpo di Fra. Francesco da Calabria, terziario, del Ven. Damiano laico, del P. Bonaventura della Marca, del P. Antonino da Calascibetta, del P. Benedetto di Francofone, del P. Michele Rubbiano. In Chiesa, davanti l’altare maggiore, sono sepolti il V. Francesco da Nicosia, Fra. Antonio da Nicosia, Fra. Cosimo da Vicari, il P. Serafino da Palermo, il Ven. Giovanni da Fiorenza, tutti quelli che erano prima sotto la Sacrestia ed altri che posteriormente fiorirono. Vi sono pure sepolte alcune terziarie, morte in odore di santità. Cioè la Ven. Francesca La Citrera, romita, la Ven. Geronima da Messina, pure romita, la Ven. Chiara da Catania, la Ven. Margherita Carnimolla, Francesca Isola, la Ven. Potenziana di Adamo, Rosalia Chiappa, le due sorelle Amodei, ecc. È qui da notare che queste terziarie vestivano al loro tempo l’abito dei Riformati, parimenti scalze, ed erano dirette da quei frati. Talune vivevano da romite, avendo delle grotte nella vicina montagna, ed ogni giorno passavano le lunghe ore nella chiesa. Vivevano nella più grande austerità, e in particolare la Ven. Geronima, di cui si legge la vita nel Leggendario francescano. V’è pure la tradizione che quivi sepolto il B. Giovanni da Cammarata laico, che abitò pure in questo Convento, morto con gran fama di santità; ed altri suoi compagni nel XV secolo che, quivi pure abitarono, dei quali daremo delle biografie per restarne perpetua memoria

Del Convento e della collina che gli sovrasta.

L’estensione del Convento è assai vasta, vi si distinguono ancora la parte primitiva, cioè del tempo in cui visse il beato Matteo, e le aggiunte posteriori. Le finestre e gli archi della porta antica sono a sesto acuto e tutto il primo piano mostra lo stile del XV secolo.

Il secondo piano, che fu cominciato da S. Benedetto e terminato nel 1697, è di stile moderno. Posteriormente vi si fabbricò il Noviziato. Le stanze sono piccole, stretti i dormitori o corridoi, come volgarmente si chiamano, ed anche oggi spirano pietà e devozione. Vi stavano i ritratti dei più insigni religiosi nelle pareti ed altre immagini sacre, tra gli affreschi rimasti è da notare nel primo piano un San Giovanni in fondo d’oro e il ritratto del Beato Matteo. Nello stesso primo piano, propriamente dove è la scala che immette al secondo piano, c’è una cappelletta di stile antico, con una Madonna in tela; bisognerebbe essere restaurata e far comparire l’antico che più non si vede..

Uscendo dall’antisacrestia, e sotto il fabbricato esposto a tramontana, vi è una bellissima fontana, da cui zampillava una grande abbondanza di acqua a servizio dei religiosi, come pure nello spiazzo della chiesa ve n’è un’altra a forma di bacino con torre nel mezzo e quattro leoni (non più esistenti) nella parte inferiore. Fu questa pregiato regalo del Viceré Duca d’Alcalà, che a servizio dei religiosi volle accordare una ricca sorgente d’acqua. Descriviamo ora l’alta collina, che è come la base del grandioso monte Grifone. L’eminente montagna, detta del Grifone, nella sua base ha una collina, ed è come un vasto seno, colla stessa montagna congiunta, di cui ad una piccola distanza non si vede la cima. Questa collina formava la selva e il romitorio del Convento. Uscendo quindi dal Convento, si entra in una strada, che a poco a poco va sollevandosi. All’apertura vi è una Cappelletta con una graziosa immagine della Madonna. Quindi in basso si vede un gran bacino, con cui l’acqua serviva per innaffiare il giardino dei frati. Di sopra, a metà della via diretta, vi è uno spiazzo circolare, ove stanno ancora alcune nicchie con le statuette in pietra di taluni Santi dell’Ordine, come San Pietro d’Alcantara, S. Pasquale di Baylon, San Benedetto da San Fratello ecc. Nel centro vi era una grotta, graziosamente scolpita, ove in un angolo stava un S. Francesco in marmo in atto di ricevere le sacre stimmate, mentre un crocifisso, sculto anch’esso in marmo, era collocato nel tetto dell’arco adorno di pitture in affresco. Nell’angolo opposto, stava la statua di Fra Leone, anch’essa in marmo, il quale estatico contemplava il mistero d’amore, che Gesù compiva sul suo patriarca, e compagno. Oggi è tutto distrutto; resta quasi cadente il solo arco e la vasca marmorea sottostante. Salendo ancora, si va incontro ad una bella e vasta Cappella, a forma di grotta, in cui termina la strada diretta.

Vi è rappresentata quella di Betlemme, o piuttosto quella che formò san Francesco a Greccio, quando la notte di Natale vi pose il bue e l’asinello, e vi adunò vari pastori e frati che doveano corteggiare il divino Infante. Egli allora da diacono vi recitò l’Epistola, dopo la quale vide il nato Gesù, che lo accarezzava dolcemente, empiendogli l’anima d’ineffabile dolcezza. E così da lui cominciò il bellissimo uso di formare dei presepi, che rappresentano la nascita del Salvatore, per la notte di Natale, con tante varietà di personaggi, di luoghi e di scene graditissime; usanza diffusa in tutti i paesi del mondo fino ai nostri giorni, che rallegra il cuor cristiano, e che ha dato vasto campo agli artisti di pitture, di statue e di prospettiva. La bellissima consuetudine fu introdotta dai religiosi di S. Francesco, seguita da altri Ordini religiosi, e poi in molte chiese e perfino nelle case e nelle strade.

Bellissima era quella che descriviamo, di Santa Maria di Gesù, ora in gran parte rovinata. Vi si vedeva lo Infante divino, sedente nella paglia tra Maria e Giuseppe, fra il bove e l’asinello, con alcuni pastori, e S. Francesco che recitava l’Epistola, vestito da diacono. Sciolto il Convento, questa bella opera va distruggendosi con tanta pena dei devoti visitatori.

Finita la strada diretta e ben lunga, ne vengono delle altre tortuose, che conducono ad un delizioso comignolo, detto il Belvedere, perché vi si vede tutta la città di Palermo, con le campagne e coi monti che l’attorniano, dalla parte d’Oriente il mare. È un sito incantevole, ma anch’esso per lo stesso motivo va consumandosi, non facendovisi i dovuti ripari. In questo sito vi è una devota Cappelletta, chiusa da una porticina, che serviva per orazione di santo ritiro ai Novizi del Convento.

Quindi si alzano alcuni viottoli, che in mezzo ad alberi di castagne, di olivi, di mandorle e di quercie, con difficile e ripida salita, conducono ai diversi romitorii, frequentati dagli antichi religiosi, luoghi separati, acconci all’orazione e alla penitenza. Di questi ne esistono ancora due, uno più vasto a sinistra, l’altro a destra ancora; il primo diviso in due stanzuccie o Cappelle, frequentate dal Venerabile Innocenzo da Chiusa; l’altro più piccolo, fabbricato da S. Benedetto da San Fratello, in onore di S. Michele, aderente ad un albero di cipresso, da lui stesso piantato.

Fa veramente meraviglia, come dopo tre secoli esistano ancora questi due preziosi santuari, esposti alle furie dei venti e delle tempeste, al rigor dell’inverno ed all’imperversare delle pioggie, né crediamo che ciò possa accadere senza speciale assistenza di Dio, il quale vuole in essi ancora onorato un illustre Santo, ed un altro celebre Venerabile, la cui causa di beatificazione è già inoltrata.

Il celebre Antonino Mongitore, amatore caldissimo delle cose di Palermo, e specialmente delle chiese e monumenti sacri, volle visitare questi romitorii, e li descrisse, come testimone oculare, nei volumi che consacra alle chiese e conventi degli Ordini Regolari di Palermo, i quali si conservano manoscritti nella nostra Comunale,. Avendo esaminato un si prezioso autografo, ecco quel che riguarda le due suaccennate Cappelle: L’Oratorio del venerabile Innocenzo da Chiusa esisteva pria ch’egli li frequentasse, ed era dedicato a Santa Maria e a Santa Maria Maddalena, anch’essa famosa eremita nella grotta della Sainte Baume a Marsiglia. Fu fabbricato dal servo di Dio, Fra Pietro di Calat; come vi si legge, abbreviato non si sa se di Caltanissetta o Caltagirone; poi ristorato e abbellito per una particolare devozione dal Viceré Marchese di Vigliena, come si cava da un’iscrizione, e fu ristorato per servire qual luogo di ritiro al Ven. Innocenzo da Chiusa. Sono le due cappellette visitate dal Mongitore, il quale vi osservò in una l’altare del Crocifisso, e furono dedicate poscia a S. Girolamo, anch’egli austero eremita, ed a S. Francesco. Sopra la porta vi era l’immagine del Ven. Innocenzo. Nell’altro Oratorio, vi stava scritto: El servo de S. Francisco, fatto questo Oratorio per lo Pater Innocenzo anno 1608.Mongitore visitò pure la cella o romitorio di S. Benedetto, ove era ed è ancora un altarino e un’immagine del santo. Ciò accadde nel 4 maggio del 1736.

Anticamente vi si trovavano nei viottoli, a diverse distanze, le stazioni della Via Crucis in tante Cappellette, che rappresentavano i misteri della Passione di Gesù Cristo. Il luogo non poteva essere meglio adatto agli esercizi della penitenza e della contemplazione, vi si gode una vista veramente grata e sublime. Quanto alle due Cappelle del Ven. Innocenzo, noi non le abbiamo visitato, bensì l’altra di S. Benedetto, ma ci testificano quei buoni religiosi, che sono cadenti e che hanno bisogno di restauri.

Della riforma di questo Convento

L’Ordine francescano ha avuto diverse riforme. In Italia era sorta quella dei Cappuccini, e molti, spinti da religioso fervore dall’osservanza, passavano a questa nuova Congregazione. Quindi Clemente VII volle con suo decreto, che coloro i quali volessero fare vita più austera, avessero nella stessa loro provincia dei Conventi, detti di ritiro, mantenendo più strettamente la serafica regola, senza aver bisogno di lasciare la propria provincia. La sua Bolla fu data in Roma il 16 novembre 1532. Così ebbe principio la famiglia dei Riformati, che si dilatò prima in Custodie, poi in Provincie, e la Siciliane ebbe tre, secondo l’antica divisione delle tre Valli, di Mazzara, di Demone e di Noto.

Nel 1533, essendo Provinciale il P. Francesco da Messina, e tenendosi capitolo provinciale in detta città, il P. Giovanni Pisotto da Parma, incaricato dal Generale dell’Ordine, fece comunicare ai Padri colà riuniti la Bolla di Clemente VII, essendo suo volere che si eseguisse. Allora il Ven. F. Simone da Calascibetta (Nacque dalla nobile casa Napoli; nel 1533 riformò varii conventi, come S. Maria di Gesù di Piazza e S. Anna di Giuliana, dove morì l’11 ottobre 1546) cominciò a predicare la riforma, e molti Osservanti passarono ai Riformati. Questa ebbe 13 anni di vita, ma poi fu distrutta.

Però nel 1567. per opera principalmente del P. Paolo da Palazzuolo (fu il secondo riformatore dei conventi di Sicilia, nel 1567, e di gran santità, nato nel 1511, morì il 21 ottobre 1578, non sa se abitò in S. Maria di Gesù) di Fra Bonaventura da Girgenti e di altri religiosi, si ripristinò, dando ottimi risultati.

Dalla riforma di questo Convento Il nostro Convento apparteneva ancora agli Osservanti, quando il 5 febbraio 1578 si tenne un Capitolo alla Gancia, preseduto dal Visitatore P. Pietro da Cilento, dottore parigino. Vedendo esservi molti frati che volevano passare alla Riforma, concedette diversi altri Conventi, fra i quali il nostro di Santa Maria di Gesù, e fu eletto per primo custode il più fervoroso religioso, Fra Buonaventura da Girgenti, il quale partì subito per Roma, per avere da Gregorio XIII la conferma della Bolla di Clemente VII, onde applicarla ai conventi da riformati. Ottenuto quanto bramava, tornò a Palermo, dove, presentata la Bolla, ed essendo stata ben vista ed eseguita alla presenza del Viceré Colonna, venuto a patti con l’Osservanza, riformò il nostro Convento, e fu il di 28 settembre 1578 (V. Marco da Lisbona. Scritti lib. V, p. 3. V. Tognoletto. Vol. I, lib. II, fogl. 121). Allora molti frati passarono alla Riforma, si vestirono altri nuovi religiosi, e la nuova famiglia crebbe in modo prodigioso. I frati si distinsero nell’osservanza della regola, con austerità ammirabile, esercitandosi in continue preghiere, e penitenze, beneficando i poverello e gli afflitti, e col loro esempio santificando molte anime. In ogni tempo andavano a piedi nudi, cinti di catene e di cilizii, e si flagellavano spesso a sangue. I campioni di perfezione che diede la Riforma, si vedranno nei capitoli seguenti, che abbiamo diviso in quattro secoli, cioè dal XVI al XIX, dando pure le biografie dei più illustri, acciocché siano d’esempio al popolo, oggi scandalizzato per opera delle sette, e per documento storico del Santuario.

S. Benedetto da S. Fratello detto il negro primo guardiano riformato

Il primo guardiano del Convento di S. Maria di Gesù che v’introdusse la riforma, fu S. Benedetto da S. Fratello, benché laico, conoscendolo tutti i padri per un religioso di gran santità, che poteva essere di luce e guida a tutti gli altri che intraprender volessero lo stato monastico; il quale allora fioriva in tutta Sicilia per la pietà e devozione del popolo.

Nacque egli nel 1524 a Filadelfia, detta comunemente S. Fratello dal nome di uno dei tre fanciulli, Alfio, Piladelfio e Cirino, i cui corpi stettero per qualche tempo colà occultati. Nato da parenti mori d’origine, oriundi d’Etiopia, ma cristiani, prima schiavi, poi liberi, fu d’una consumata perfezione fin dalla prima età.

Amante del silenzio e della penitenza, si ritirò ancor giovane nel romitorio vicino Caronia, fondato da Girolamo Lanza, che quivi abitava con altri religiosi osservanti. Quei buoni eremiti erano terziari di San Francesco. E il giovane negro dall’anima candida fu felice di consacrarsi a vita francescana, forse già presagiva e pregustava il suo futuro ingresso nell’Ordine dei frati Minori.

Dopo il dispositivo del Papa Pio IV nel 1562 entrò nel convento di S. Maria di Gesù a Palermo. Probabilmente gli eremiti compagni di San Girolamo comprendevano il valore della vocazione eremitica, dedicata alla espiazione, quegli eremi realizzavano un alto ideale di contemplazione dei Misteri della vita di Cristo terrena e celeste. Cristo Sofferente in terra e Radioso in Cielo era l’oggetto della loro contemplazione.

Il romitorio di Fra Girolamo Lanza era dedicato a Santa Domenica, una contemplativa calabrese. Ma ad un certo punto si trasferirono alla Platanella, presso il fiume Platani, perché la loro quiete veniva turbata da buona gente che andava a raccomandarsi a S. Benedetto, alla cui intercessione umile e fervosa si attribuivano guarigioni miracolose. E avvenne una terza traslocazione in una zona detta la Mancusa, tra Carini e Partitico. A Carini, Benedetto, con un segno di croce tracciato sopra una povera donna affetta da cancro, ne provocò la guarigione, suscitando di nuovo nel popolo il desiderio di veder moltiplicati i prodigi. Da qui un altro trasloco al Monte Pellegrino presso Palermo, così denominato in ricordo del pellegrino Benedetto da San Fratello, Giovanni Lacerda vicerè di Sicilia, fece fabbricare una Chiesa per gli eremiti.

 

7 dicembre dell’anno 2004

COMUNICATO STAMPA  

OSTENSIONE DELLA STATUA RESTAURATA IN

LEGNO POLICROMO DI SANTA MARIA DI GESÙ

Torna al suo posto nella nicchia dell’altare laterale della Chiesa di Santa Maria di Gesù, nel suo massimo splendore, la statua in legno dipinta della Madonna con il Bambino Gesù in braccio, dopo i lavori di restauro durati alcuni mesi.

Il restauro, nato da una idea poi trasformatasi in progetto, curato e diretto dall’architetto Giuseppe Dragotta, è stato eseguito dalla professoressa Serafina Melone, con l’alta Sorveglianza del Servizio Beni Storici Artistici della Soprintendenza di Palermo, sotto la guida della dottoressa Giulia Davì, ed è stato possibile realizzarlo grazie ad un finanziamento, interamente privato della Signora Rosalia Di Marco, grande devota della Madonna, in ricordo del fratello Carmelo, recentemente scomparso.

Il manufatto è rappresentato da una splendida statua in legno policromo, databile 1470, di autore ignoto, come attestano autorevoli saggi d’arte e riproduce Maria Santissima con Gesù Bambino tra le braccia, in una posizione scomposta, quasi cadente, frutto di una leggenda che vede protagonista San Benedetto da San Fratello, detto il Moro per il colore della sua pelle, assurto a compatrono di Palermo, vissuto in codesto convento e le cui spoglie sono conservate ivi.

L’evento celebrativo è avvenuto il pomeriggio di martedì 7 dicembre 2004 presso la Chiesa Conventuale di Santa Maria di Gesù, alla presenza di oltre 500 persone, fedeli della borgata omonima, ma anche cittadini provenienti da altre zone della città.

La monizione introduttiva è stata affidata al Ministro Provinciale dell’Ordine dei Frati Minori di Sicilia, Padre Carmelo Finocchiaro, che nonostante i concomitanti e molteplici impegni, in diverse parti della Sicilia, non è voluto mancare ed ha pure predicato la Omelia, mentre la lettura della Parola di Dio, un brano scelto dell’apostolo Luca è stato letto dal Parroco, Padre Fernando Trupia.

Dopo il momento di grande giubilo e di particolare emozione, rappresentato dal taglio della corda, che ha permesso lo svelamento della statua e la Santa Benedizione, Padre Amedeo Cardua, in qualità di Padre Guardiano del Convento di Santa Maria di Gesù, ha preso la parola per ringraziare la signora Di Marco che ha finanziato l’opera, i tecnici che l’hanno eseguita, le Autorità presenti con in testa il Sindaco che ha accettato l’invito e tutta la parrocchia che è accorsa per partecipare all’evento.

Durante la cerimonia un coro di circa 50 elementi diretti dal Maestro Guttuso, ha intonato inni alla Madonna, dall’Ave Maria al Magnificat al Totus Tuus, canto tanto amato anche da Sua Santità Paolo II; la funzione religiosa, ha avuto un particolare momento di estasi, fra il mistico ed il culturale, allorquando Francesco Giordano, attore teatrale professionista, ha declamato magistralmente il brano della Divina Commedia di Dante “Saluto alla Vergine”.

Dopo l’incensazione della statua ha preso la parola il progettista, direttore dei lavori, ma soprattutto ideatore del restauro, l’Architetto Giuseppe Dragotta, il quale nel suo intervento ha voluto spiegare come sia nata l’idea e come si sia trasformata in splendida realtà, aggiungendo i ringraziamenti per tutti coloro che hanno contribuito alla splendida iniziativa.

Ha proseguito con il riferire ai presenti le tre leggende che accompagnano la statua e che riguardano nell’ordine, il come e il perché fosse pervenuta fino a Santa Maria di Gesù, il perché il Bambinello sia in posizione scomposta e il perché del graffio sulla fronte della Vergine.

Prima di passare la parola al Sindaco di Palermo, Onorevole Diego Cammarata, ha annunciato che, per benefico contagio, altre famiglie locali si sono offerte per contribuire a restaurare opere artistiche sacre, così sostituendosi al settore pubblico ed aiutando in tal modo i confrati di Santa Maria di Gesù, parimenti impegnati a risolvere e tamponare le istanze sociali dei più bisognosi.

Il Sindaco nel suo intervento, molto atteso dai presenti, ha apprezzato tutta l’iniziativa ed ha assicurato la sua presenza in futuro, oltre che il suo interessamento non solo ai problemi della borgata a Lui tanto vicina ed amica, ma anche ha promesso aiuti alle congregazioni religiose ed alla circoscrizione, rappresentata dal suo presidente in carica Salvatore Adelfio, in occasione dei festeggiamenti a San Benedetto il Moro.

Dopo essersi unito ai ringraziamenti personali a tutti gli operatori, ha ceduto il microfono alla restauratrice professoressa Serafina Melone, la quale ha brevemente spiegato le tecniche adottate e quelle che erano state le scelte del restauro, eseguito con la collaborazione della sua aiutante, Nicoletta Maione e sotto l’alta sorveglianza del Servizio Beni Storico Artistici della Soprintendenza di Palermo; ha inoltre aggiunto che una attenta e scrupolosa documentazione fotografica, testimonia e documenta il grave stato in cui era ridotta la statua lignea.

Dopo le ultime preghiere lette dal Ministro ed un canto finale, la cerimonia ha avuto termine, fra gli applausi e le felicitazioni degli interventi.

Giuseppe DRAGOTTA                                                                                               

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